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Laboratorio Progettuale

L'ESPERIENZA DI RENZO PIANO A OTRANTO

Il laboratorio di quartiere, ideato da Renzo Piano e dall'impresa di costruzione Fratelli Dioguardi, viene sperimentato per la prima volta nel 1979 a Otranto, quale strumento per avviare lavori di recupero e di adeguamento nei centri storici, utilizzando modalità partecipative e di coinvolgimento diretto degli abitanti.

il laboratorio è stato localizzato sulla Piazza del Popolo ed ha assunto le forme di un cubo-container, aperto sui quattro lati e coperto da un grande telone bianco a forma di conchiglia.

Precedentemente il Comune aveva provveduto alla distribuzione di questionari attraverso i quali si sono potute verificare la volontà e la disponibilità degli abitanti a restare nel centro storico, a condizione di ricevere appositi finanziamenti per avviare la ristrutturazione degli alloggi.

Gli edifici del centro storico di Otranto presentavano infatti numerosi problemi di degrado edilizio: umidità, crepe nei muri, lesioni nei tetti, mancanza di servizi igienici.

Il laboratorio ha subito assunto il ruolo di "consultorio" in cui gli abitanti potevano avere un contatto diretto e ricevere immediatamente una consulenza, rispetto ai problemi specifici della propria abitazione.

Esso era costituito da 4 sezioni operative distinte, ma integrate, coerenti con l'idea di "cantiere continuo" e di "cantiere aperto":

1.

Il settore "progetto aperto" forniva:

- informazioni generali,

- consulenze tecnico-progettuali,

- preventivi dei costi di intervento,

- indicazioni riguardo gli aspetti energetici,

- supporti per una corretta interpretazione della normativa e per l'accesso alle agevolazioni creditizie a disposizione dei Comuni e dei privati per il recupero del patrimonio esistente.

Attraverso questa relazione e attraverso le discussioni che ne derivavano, gli abitanti potevano avere un immediato contatto con il complesso dei problemi del recupero e potevano partecipare alla definizione del progetto e delle sue finalità.

2.

il settore "analisi e diagnostica" era invece costituito da competenze, attrezzature e strumenti "attuali, scientifici, oggettivi" (Grm, 1981a ), necessari a compiere operazioni di rilievo e di osservazione dello stato di degrado di un edificio, cioè analisi di tipo chimico, fisico, strutturale, termografico, fotografico e fotogrammetrico.

3.

L'intervento di recupero vero e proprio era invece curato dal settore "lavoro e costruzione".

Esso aveva lo scopo di sostituire il cantiere tradizionale, considerato maggiormente adatto ai lavori di nuova costruzione piuttosto che a quelli di adeguamento e di manutenzione: per questo motivo venivano proposte tecniche per "interventi leggeri", anche tratte da altri settori di impiego (es. interventi di eliminazione dell'umidità per iniezioni capillari, suturazioni di crepe con siliconi), che non richiedessero l'allontanamento degli abitanti dalle loro case durante i lavori.

4.

Infine il settore "informazione e didattica" provvedeva a fornire materiali stampati, fotografie, documenti, attrezzature audiovisive in merito al laboratorio di quartiere e al suo funzionamento, alle problematiche dei centri storici in generale, alla normativa e ai piani urbanistici, ai finanziamenti disponibili, ecc.

DOPO L'ESPERIENZA DI OTRANTO

All'esperienza di Otranto fanno seguito ulteriori sperimentazioni del laboratorio di quartiere - nel 1980 nel quartiere Japigia a Bari, poi a Burano - i cui risultati non sono legati alla possibilità di effettuare interventi di recupero e di manutenzione sugli edifici, ma piuttosto allo svolgimento di un'operazione di "educazione" dei cittadini e delle maestranze rispetto al "bene-casa".

Inoltre il laboratorio è diventato la base sperimentale della "impresa di manutenzione della città", una concezione organizzativa dell'impresa teorizzata da Dioguardi, nel 1984.

Egli infatti ha posto in particolare evidenza l'importanza della manutenzione intesa come "anello di chiusura di una catena di attività" (Vitarelli, 1990), che ha per oggetto il manufatto edilizio.

I costi reali di un edificio sono quelli "globali", comprensivi cioè dell'acquisto e della posa in opera dei materiali, ma anche del "mantenimento nel tempo delle caratteristiche prestazionali richieste a quel materiale" (Vitarelli, 1990).

Dioguardi avvia dunque, a partire dall'esperienza dei laboratori, un'intensa attività di studio, ricerca e sperimentazione, "riguardando la manutenzione come un problema che interessa i campi della tecnica, dell'economia e dell'organizzazione" e che richiede una "programmazione" di lungo periodo, da effettuare già in fase di progettazione e di costruzione del manufatto.

La "manutenzione preventiva" richiede allora strumenti operativi e strutture organizzative in grado di svolgerla, in particolare attraverso l'uso di software, cercando di derivarli da altri settori, come quello industriale. Ne nasce una diversa concezione di impresa, "una dimensione imprenditoriale nuova" (Grm, 1981b) che, creando innovazione nel sistema edilizio, mira a trasformare l'esperienza del laboratorio di quartiere in uno strumento nelle mani delle amministrazioni pubbliche per la manutenzione e la conservazione del patrimonio immobiliare. Matura in questo modo l'idea che, anche in ogni città sia necessario costruire una rete di laboratori di quartiere, dislocati ciascuno in una diversa zona o circoscrizione, che facciano capo all'ufficio tecnico e che possibilmente siano collegati a quelli delle altre città.

Focus Group

Il focus group è una tecnica di rilevazione per la ricerca sociale basata sulla discussione tra un gruppo di persone.

La finalità principale del focus group è quella di studiare un fenomeno o di indagare uno specifico argomento in profondità, utilizzando come base per la rilevazione l'interazione che si realizza tra i componenti del gruppo.

La paternità del focus group è da molti autori attribuita a R. K. Merton (1956) che è l'ideatore di un tecnica affine,cioè dell' "intervista di gruppo focalizzata".

Questa tecnica è stata sperimentata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1941, ad una sessione di lavoro durante la quale il pubblico esprimeva le proprie reazioni ai programmi radiofonici che venivano presentati, schiacciando un bottone verde o un bottone rosso.

Più persone venivano poi coinvolte contemporaneamente in un'intervista, attraverso la quale dovevano chiarire le ragioni delle loro posizioni.

Da questa prima esperienza deriva la tecnica del focus group, che si è diffusa ampiamente nel dopoguerra nel campo del marketing, del business e dell'advertising, soprattutto per la sua adeguatezza nel fornire importanti contributi nelle situazioni decisionali.

A partire dagli anni Ottanta molte sono state le sue applicazioni in altri settori di ricerca, da quello sanitario, a quello della communication-research, a quello politico, educativo, ecc., spesso anche per l'esigenza dei fornitori di servizi, pubblici e privati, di valutare il punto di vista degli utenti, le loro percezioni.

Per molti anni è stato utilizzato un modello standard di focus group, caratterizzato piuttosto rigidamente da alcuni elementi: il gruppo doveva essere omogeneo al suo interno, i vari partecipanti non dovevano conoscersi, né dovevano conoscere il moderatore, il moderatore conduceva la discussione seguendo una griglia di intervista con domande prestabilite. In realtà la maggior parte degli autori riconosce che esistono oggi molte varianti, da utilizzare in modo coerente all'ambito della ricerca, agli obiettivi proposti, allo specifico gruppo.

CARATTERISTICA DEL FOUS GROUP: L'INTERZIONE TRA I PARTECIPANTI

A differenza di altre tecniche basate sul gruppo , nelle quali l'interazione è ridotta al minimo (Nominal Group Technique) o addirittura va evitata (Delphi), nel focus group viene il più possibile stimolata la comunicazione tra i partecipanti:

- domande reciproche,

- richieste di chiarimento,

- messa in evidenza di punti deboli,

- dichiarazione del proprio disaccordo, pur senza esprimere giudizi negativi, sono considerati importanti modalità per mettere in discussione la propria opinione iniziale, per far emergere altre posizioni e idee.

COME COSTRUIRE IL GRUPPO

Il gruppo viene appositamente costruito dai ricercatori secondo gli obiettivi della ricerca e può comprendere un numero di partecipanti variabile generalmente tra quattro e dodici:

- i "full group", gruppi più grandi, consentono di conoscere una gamma più ampia di posizioni,

- i "mini group", più ridotti,consentono di approfondirle.

Per quanto riguarda l'omogeneità dei partecipanti, questo requisito va ponderato rispetto alla loro presunta facilità di interazione e allo specifico tema di discussione, anche se in generale occorre evitare quelle condizioni (es. diverso grado di istruzione) che potrebbero ostacolare la comunicazione e inibire l'intervento di alcune persone.

IL LIVELLO DI STRUTTURAZIONE DEL FOCUS GROUP

La discussione viene generalmente condotta da un moderatore che a seconda della situazione contingente può esercitare un vero e proprio ruolo di guida alla discussione, oppure può fornire una serie di stimoli e strumenti affinché i partecipanti riescano ad autogestire il più possibile le relazioni e l'interrelazione.

Si distingue tra i focus group autogestiti, cioè caratterizzati da un basso grado di strutturazione, e quelli impostati sfruttando, in modo più o meno flessibile, una griglia di intervista.

In alcuni casi si preferisce variare in uno stesso focus group il livello di strutturazione, oppure includere nella stessa ricerca più serie di focus group, diversi per tipologia, o ancora si può chiedere ai soggetti di partecipare a più stadi di focus group, cioè a più gruppi.

LA FASE DI ELABORAZIONE E INTERPRETAZIONE

Tutte le informazioni emerse nel corso della discussione di gruppo devono poi essere elaborate e interpretate. Il livello di elaborazione può variare da semplici descrizioni narrative alla trascrizione integrale delle registrazioni, a seconda dell'uso che si farà dei dati.

Infatti, riconosciuto che il focus group è di per sé una discussione centrata su un tema, esso può essere utilizzato all'interno di un processo o di una ricerca in fasi differenti e per scopi diversi:

- per definire gli obiettivi operativi;

- per impostare un vero e proprio lavoro di progettazione, avendo già individuato gli obiettivi fondamentali;

- per indagare le reazioni che certe categorie di persone avranno rispetto ad un lavoro già progettato;

- per effettuare una valutazione di tutte le fasi di lavoro, in vista di processi o di ricerche future.